Che volgarità questa retorica!

Parlare in pubblico non è certo semplice, e non lo è mai stato se pensiamo che l’arte del parlare in pubblico è stata oggetto di studio sin da tempi antichissimi.
Inizialmente, chi parlava in pubblico aveva bisogno di ricordare ciò che desiderava esprimere con maggior veemenza o passione e per questo attuava dei procedimenti che oggi chiameremmo retorici ma che in realtà servivano soprattutto ad agevolare la memorizzazione. Col tempo, le strategie per memorizzare e far memorizzare un concetto, fissare un’idea e renderla condivisa si sono moltiplicate e si sono evidentemente evolute per adattarsi al pubblico ma anche al mezzo di trasmissione delle idee. Dall’agorà alla televisione, da un’élite alle masse.
Un uso sapiente di quest’arte permette di trasmettere non sono delle idee, dei messaggi ma anche un’immagine di sé encomiabile. Attraverso le parole, ciascuno di noi si qualifica per ciò che è: colto, chic, snob, volgare.. A maggior ragione, i politici di oggi devono saper giocare con le parole per creare la loro immagine.
Eppure, i recenti sviluppi politici europei ci dimostrano quanto quest’arte si stia disintegrando. O meglio, secondo la mia modesta opinione, la capacità comunicativa di questi “rappresentanti” è sempre meno incisiva.
Qualcun’altro potrà dirmi invece che i mezzi di trasmissione delle idee sono tali che solo volgarizzando al massimo il pensiero lo si rende veloce e quindi condivisibile velocemente: nei 140 caratteri di un tweet infatti, non c’è spazio per virtuosismi retorici.
Quando parlo di volgarizzazione, intendo sia un’estrema semplificazione di un concetto che l’uso di termini volgari, e perciò talvolta anche offensivi, sicuramente non adatti a situazioni pubbliche.
Questo increscioso uso delle parole – e della propria immagine! – sta facendo proseliti in tutta Europa. L’Italia ha ormai da tempo dimenticato le orazioni dei suoi antenati. Il Presidente del Consiglio, probabilmente in modo deliberato, sceglie di parlare come una persona qualunque davanti ad un pubblico qualunque facendo dimenticare, anche in questo caso dubito sia un errore, la sua laurea in Diritto delle Comunicazioni con lode (non credo si sia laureato parlando di bunga bunga). I leader dell’opposizione, dal canto loro, non sono meglio. Di Pietro, ex magistrato e leader dell’Italia dei Valori, passa per un ingnorante della grammatica italiana. Bersani, leader del Partito Democratico, invece, prova a inserire qualche metafora nei suoi discorsi, ma i risultati sono pietosi, basti vedere l’imitazione che ne fa il comico Maurizio Crozza:
In Francia, Sarkozy è la prova vivente di quanto la conoscenza degli strumenti della retorica possano aiutare in campagna elettorale: chi ne ha seguito il percorso politico forse si ricorda di quando non era così “diplomatico”. Oggi, i suoi discorsi sono l’ABC per chi studia retorica, ma non appena esce dal percorso concordato con i suoi specialisti di comunicazione, non finisce le frasi. François Hollande, fra gli esponenti della sinistra candidati alla Presidenza, certo non spicca per i suoi discorsi e le metafore da lui usate sono spesso… ridicole.
Quando a Segolène Royale, ex sfidante di Sarko alle scorse Presidenziali e potenziale neo candidata del PS, ancora non ha capito che un sorriso, per quanto bello, in politica fa ben poco. Infine, Marine LePen, leader del partito di estrema destra Front National, usa ogni spunto per ricordare le sue idee xenofobe. Ecco come viene derisa in Francia:
La Spagna, dopo l’aplomb di Zapatero, sembra volere un Presidente più.. esuberante: Rajoy, leader del Partido Popular, non dialoga bensì incalza i suoi interlocutori con una parlantina veloce e spesso incomprensibile, di sicuro molto familiare. In Spagna, passa per una persona poco seria, almeno per il modo in cui si esprime, ecco un esempio di presa in giro iberica
Gli esempi potrebbero continuare, ma io preferisco chiedere ai miei lettori di riflettere: quando ascoltate i politici in televisione, cosa capite? Vi piace come parlano?
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