Vecchie e nuove lotte all’ombra del Krak dei cavalieri
Dopo due giorni in Siria avevamo già avvertito chiaramente la presenza di ombre che spiavano il nostro passo. Dall’uomo gentile ma silenzioso che ci aveva dato un passaggio dalla banchina di arrivo della nostra nave all’ufficio per timbrare il visto ai camerieri di un piccolo ristorante di pesce che ci osservavano di sbieco.
Nell’alba di Tartus, seduta su un marciapiedi aspettando un taxi, ho incontrato un uomo allampato, di età indefinita, abbronzato da una vita e curioso di vedere degli stranieri nella sua città. Con insistenza, si è proposto come guida per il Krak dei Cavalieri, nell’entroterra.
Il tassista che ci ha accolti nel suo povero taxi, ha chiaccherato da subito molto con la nostra “guida” mentre noi non staccavamo gli occhi da fuori i finestrini sporchi, ingordi dei paesaggi cangianti della Siria. Mentre la pianura si trasformava in colline, e le colline in montagne verdeggianti, il tassista mi ha posto la domanda che non significa nulla, a cui la risposta di solito non chiarifica alcunché: da dove vieni, in Italia?
Senza troppa convinzione, ho evocato vagamente Venezia. Ha chiesto ancora: dove, vicino a Venezia?
Belluno non è poi così nota nemmeno in Italia ma, riluttante, ho comunque risposto al tassista. La strada serpeggiava fra frutteti e radure quando il mio interlocutore si illumina e mi dice che suo fratello è medico e lavora a due passi da dove sono cresciuta.
Belluno, Italy – Krak des Chevaliers, Syria
Nel vedere un disegno del destino nel trovarmi lì, quel giorno, in quei luoghi e in quel taxi ho gioito ancora di più mentre la macchina arrancava verso il mitico castello dei templari. Fino alla destinazione quando, portandomi in disparte, il tassista mi ha dato il numero di suo fratello, pregandomi di chiamarlo al mio rientro per dirgli che le cose non vanno bene qui, me ne voglio andare.
Sapevamo dei problemi della Siria già allora, nell’agosto del 2010, ma certo in quel momento abbiamo dovuto mettere da parte i turisti e aprire gli occhi di cittadini del mondo e vedere quello che chiunque, siriani compresi, non voleva vedere.
Entrati nel piccolo albergo ai piedi del Krak, la nostra “guida” ci ha seguiti fino all’interno, svelando la vera ragione per cui era con noi: pur vivendo a pochi chilometri, lui il Krak non l’aveva mai visto e sognava di andarci. Mentre ci raccontava tutto ciò, il gestore dell’hotel, un cristiano dal viso di tartaruga, lo osservava di sbieco. Prendendoci in disparte, ci ha messo in guardia da quell’uomo mesto, è un musulmano, è un ladro, siete cristiani, fidatevi solo dei cristiani.
Alla fine il musulmano non ci ha rubato nulla, ha passato con noi un pomeriggio per poi sparire di nuovo fra le colline che scendevano a mare, verso la sua Tartus e venire dimenticato, in mezzo ai nostri ricordi.
Nell’osservare la sagoma imponente del castello illuminata solo dalla luna, in una notte senza luci, ascoltando gli sciacalli in lontananza mi sono sentita in mezzo alle lotte antiche, ormai senza età. Ai piedi del castello che fu dimora dei templari, ancora si parla di cristiani, di musulmani, di ebrei come se le antiche lotte non si fossero spente e ancora qualcuno cercasse il Graal. Ai piedi del castello, ho anche avvertito le lotte nuove, di un popolo stanco di nascondersi, nascondersi dai vicini, dagli sconosciuti che passano accanto a loro, dagli occhi perennemente aperti della polizia segreta.
Il numero del medico non è mai risultato acceso.
Mi chiedo cosa stiano facendo oggi il tassista, la nostra guida, il gestore dell’hotel.
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Bell’articolo, triste la conclusione, nei miei vaggi in turchia interna e in africa ed in giro ho imparato che esistono solo buoni e cattivi a prescindere dalla lingua o dalla religione siamo tutti uguali.Un vecchio inglese….che poi forse era siciliano ha scritto un monologo bellissimo nel suo Mercante di Venezia, tanti secoli fà e…..non è cambiato nulla purtroppo.
Peccato non esser riuscita a trovare il fratello del tassista, magari su FB?
Ciaooooooooooo