OMG! Il mio capo è psicopatico!
Li guardiamo con invidia e ci chiediamo come facciano a cadere e rialzarsi con più forza e successo di prima. In confronto a loro, siamo piccoli, insicuri, instabili.
Nel mondo del lavoro è facile incontrare uno di questi signori, quelli che riescono, non si sa bene come, ad arrivare in alto, molto in alto. Le maldicenze si sprecano, l’invidia nei loro confronti è alle stelle.
E se li guardassimo in un altro modo?
Nel suo recente libro, A Psichopath Test, Jon Ronson si chiede se queste persone siano “normali”. Con una scala di valutazione usata di solito solo negli istituti psichiatrici, la “Hare Psychopathy Checklist”, Ronson valuta quanti manager – nel senso più amplio del termine – siano in realtà degli psicopatici.
Dopo aver analizzato 203 manager, a tutti i livelli, uno ogni 25 risultava psicopatico, una media di 4 volte in più rispetto alla media. Nessuno di loro aveva però dimostrato attitudini criminali in passato.
Si potrebbe quindi dire che questi “psicopatici” al nostro comando usino “criminosamente” il loro disturbo non per uccidere bensì per farsi strada a scapito delle persone “normali”.
La mancanza di sentimenti, in particolare, l’assenza di empatia, permette loro di umiliare i colleghi per tirarne un personale profitto fino a raggiungere il posto di lavoro dei loro desideri.
Si credono i migliori, non hanno obiettivi precisi, mentono senza difficoltà, non provano rimorsi, le loro emozioni non sono profonde, sono freddi, distaccati e irritabili, si arrabbiano spesso, sono impazienti e impulsivi.
Il tuo capo risponde ai criteri dettati dalla “Lista di Hare”? Sono quasi certa che pochi fra i miei lettori riusciranno a non indicare qualcuno come “psicopatico” seguendo questi criteri.
Eppure, come lo stesso Ronson ha potuto provare sulla sua pelle, questa scala di valutazione deve essere usata con attenzione in quanto chiunque, usandola, può assumere comportamenti psicopatici per riuscire a provare che chi viene analizzato è malato…

