I nuovi complimenti

Scene quotidiane in metro. Una bellissima ragazza meticcia sale, probabilmente all’uscita del lavoro, abiti seri e piuttosto anonimi, capelli raccolti. Ma non basta. Quattro uomini ben più vecchi di lei cominciano a guardarla insistentemente, a indicarla, a mordersi il labbro inferiore in segno di eccitazione. Nessun dubbio su quello che stanno pensando, e dicendo, anche se non li sento.

La metro si ferma ad un’altra stazione, entra una donna, questa volta è lei ad avere qualche annetto in più dei quattro (sfigati), non ha l’aspetto curatissimo, è immersa nella lettura di un libro al punto da non staccare gli occhi dalla pagina nemmeno mentre sgomita per trovare un posto a sedere, MA ha in bocca un lecca-lecca.

Non sta giocherellando, non ha un fare ammiccante, sta mangiando una caramella, niente di più, niente di meno. Ma evidentemente non tutti la pensano così. I quattro – e chi sa quanti altri che io non ho visto – sono senza freni. I commenti non sono più fra di loro, sono gridati ad uso e consumo di chi capisce la loro lingua, e non devono certo essere dei complimenti.

Il libro doveva essere molto appassionante, la donna non ha fatto una piega. Eppure io sono scesa con la netta sensazione che, chissà quando, anche io devo essere stata l’oggetto di commenti pesanti e gratuiti, che nulla hanno a che vedere con il complimento. E non perché me ne vada in giro in vestita con abiti succinti. Ma perché tutte siamo dei bersagli facili.

Tutte, ma non tutte parlano. Anche perché spesso la risposta è “sono solo apprezzamenti, dovrebbero farti piacere”. Chiariamo intanto che non vedo cosa ci sia di carino nel dire “pute”. Ma la semantica è spesso un’opinione. E poi, perché non possiamo vivere la nostra vita senza avere questa fastidiosa colonna sonora in sottofondo?

Posso abbassarmi a prendere qualcosa che mi è caduto senza pensare a come chinarmi in modo assolutamente non sexy né nemmeno vagamente ammiccante?

Posso mangiare una banana o un calippo in pubblico senza che mi diano della puttana?

Posso mettermi una gonna, una maglietta anche solo un po’ scollata, dei tacchi alti senza che qualcuno si senta in obbligo di “farmi un complimento”?

La risposta è no.

Allora, quando mi preparo per uscire – per andare al lavoro o per una festa – mi devo sempre chiedere se prenderò i mezzi pubblici, se sarò da sola o meno, se magari è meglio mettere un cappotto fino al ginocchio, e alla fine scelgo uno stile anonimo, mi trattengo perché a volte ho voglia di rispondere a tono, altre no, semplicemente, o ancora, a volte ho paura.

Facendo due conti, io, donna emancipata del XXI secolo, in una capitale europea non posso vestirmi come voglio né uscire serenamente da sola né magiare quello che mi pare.

Vorrei tanto che tutte, in coro, a quei gentlemen che ci onorano del loro sguardo e che inneggiano alla nostra bellezza gridando “bella figa” rispondessimo “bel coglione”… se tanto mi dà tanto, scommetto che vedranno il complimento nascosto in questa sineddoche.

Vorrei che fosse chiaro a tutti, ai più intelligenti come ai più coglioni che i complimenti me li faccio da sola, grazie. Che non ho bisogno del coretto da stadio di periferia quando cammino per strada. Che se vogliono proprio essere carini, basta che stiano zitti.

dall’account twitter di Nosmi

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